Giorno 12 (31 ottobre)

Al risveglio ci accorgiamo che abbiamo dormito tutta la notte con le chiavi della camera appese fuori dalla porta... vabbè, piccola svista...
Liberiamo l'hotel e ci dirigiamo al "parcheggio" degli autobus. In teoria dovremmo essere lì per le 8 e partire per le 8 e mezza, in pratica siamo in Africa, la corriera arriva alle 8 e 30 e si parte alle 9 meno 10. Forse l'APT di Verona ha origini africane...
La prima parte del viaggio va bene, forse troppo. Poche buche, niente traffico. Inoltre la strada che collega Nairobi a Mombasa divide il Parco Tsavo Est da quello Tsavo Ovest ed è molto panoramica. Procedendo verso la costa si può notare il cambiamento di vegetazione: aumenta sempre di più il verde, ed alle aggraziate acacie (ogni esemplare sembra un'opera d'arte uscita dalle mani di un esperto bonsaista) si aggiungono i grossi e "goffi" baobab, finchè le palme non iniziano a farla da padrone.



Poi succede, in Africa, che si parte per un viaggio e si finisce pensando a cose strane, del tipo: "Perchè i Romani non hanno conquistato il mondo intero? perchè non hanno insegnato a tutti come si fanno le strade?".
Infatti gli ultimi kilometri sono un inferno: prima la strada diventa un sentiero pieno di buche; poi, a causa della pioggia, un camion si pianta ed il nostro autista decide di rimanere fermo per 3 ore! Ho così l'occasione di assistere a fatti "curiosi": gente che scende dall'autobus e si incammina a piedi (la città è almeno a 20 kilometri), turisti (maschi e femmine) che per espletare i loro bisogni corporali si inoltrano nella vegetazione non pensando che dalla corriera si ha "un posto in prima fila" per lo spettacolo, persone che vengono a godersi l'interminabile fila di veicoli che si è creata... Alla fine, quando ormai già si sta facendo buio, un uomo (che non giurerei essere l'autista che ci aveva portato fino a lì) prende di petto la situazionee ci porta a destinazione. Morale della favola: arriviamo a Mombasa alle 20 e 30 anzichè alle 17!
Dopo aver fatto il biglietto per il ritorno decidiamo di tentare la sorte ed andare al cottage anche se è tardi. Mai scelta fu più azzeccata. Ciò che ci aspetta è un posto fuori dal caos della città, a pochi passi dall'oceano, che quando ce lo mostrano ci sembra di sognare: villino con tetto in paglia, 2 bagni, una cucina, un frigo(!), guardie per la sicurezza e come sottofondo il rumore della risacca... bellissimo!
Rivedo dopo 25 anni l'insetto che rappresenta il mio primo ricordo: un enorme millepiedi (per rendere l'idea immaginatevi un dito con un sacco di gambe). Purtroppo è tardi per andare a fare la spesa o andare al ristorante, così ci dobbiamo accontentare dei crackers e dei biscotti che avevamo portato per il viaggio e che avevamo avanzato.
Per la cronaca: a 20 metri dal nostro cottage ci sono dei ragazzi cechi che avevamo incontrato a Nakuru...