Giorno 8 (27 ottobre)

Dopo la consueta abbondante colazione si parte per il Masai Mara. La strada fare è lunga...
Passiamo dai paesaggi di Kisumu a quelli verdi che avevamo incontrato a Kericho, per poi ritornare nell'Africa arida e polverosa che tutti un po' immaginiamo. Siamo nella terra dei Masai. Sosta per il pranzo a Narok, una città che sembra un avamposto di frontiera. Il locale in cui andiamo a mangiare da fuori tutto sembra tranne che un ristorante, abbastanza carino, per di più. Il cibo è molto occidentale e molto buono (c'è uno spezzatino che assomiglia a quello che prepara la mamma e che tanto mi piace; il cuoco ci assicura che è carne fresca, che lui stesso ha scelto in mattinata nella macelleria sotto il ristorante... non gli facciamo però notare che "macelleria" è una parola troppo generosa per il locale che abbiamo visto). La sosta è breve perchè la meta è ancora lontana. Osservo un po' il paesaggio: la savana ha preso completamente il posto delle verdi piantagioni di te e mandrie di mucche abbastanza scarne vengono portate al pascolo (se cosi si può chiamare) da ragazzini vestiti negli sgargianti colori che contraddistinguono questa tribù: il rosso (soprattutto) ed il viola, ma anche il blu, il bianco, il giallo, il verde ed il rosa... Un'altra cosa incredibile è quanto si possa vedere lontano: lo sguardo può vagare senza incontrare ostacoli per centinaia (forse) di chilometri. Niente smog, niente nebbia, niente foschia. Le nuvole, poi, sembrano soffici e candidi cuscini appoggiati su un'invisibile lastra di vetro sospesa sopra la nostra testa... da non credere! L'ombra "a macchie" che proiettano, infine, rende la savana simile ad un mantello di un enorme ghepardo...
 




Dopo una sessantina di chilometri su una strada dalle discrete condizioni imbocchiamo una via secondaria: addio civiltà! Fatto un uguale tragitto su una pista talvolta solo intuibile, arriviamo allo Mbele Kenya Mara Camp (almeno spero di ricordare giusto), un villaggio-campeggio gestito (ed abitato) da dei Masai. Il posto è veramente suggestivo. Ci sistemano in tende semipermanenti molto confortevoli dotate di veri letti (i migliori fino a questa parte di viaggio). Ci sono dei bagni discreti e c'è pure l'acqua calda! Tutto potevo immaginare tranne che il primo bucato della mia vita lo avrei fatto in un posto del genere...
 



L'acqua che esce dal rubinetto è un po' fangosa: ci spiegano che lì c'è una piccola sorgente, ma poichè non sapevano del nostro arrivo l'acqua era stata usata durante il giorno per abbeverare le bestie, cosi dobbiamo aspettare che si riempia la tanica di riserva. Lo scaldabagno, per la cronaca, è un bidone sotto il quale è stato acceso un fuoco (che un Masai ogni tanto provvede ad alimentare): semplice, efficace e molto più sicuro del "metodo" che avevamo visto a Nakuru.
Tira un vento caldo e secco, che però quando cala il sole diventa abbastanza fresco. Siamo alle pendici di una piccola collina: la vallata che si stende davanti a noi è pura savana e lo sguardo viene bloccato solo dai rilievi che separano il Kenya dalla Tanzania, a 30 km di distanza...
La notte sopraggiunge velocemente; è un tripudio di stelle, offuscate però da uno spicchio di luna che splende quasi come un sole notturno! Dopo cena passiamo un po' di tempo attorno al fuoco: una strana situazione in un posto lontano nello spazio ma anche nel tempo...